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Calcio

Vigorito, l’ultimo dei ‘Presidentissimi’: amato e criticato, ha unito e fatto discutere tra successi, errori, emozioni. Ora la sfida più dura

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Si è presentato allo stadio sia martedì che mercoledì scorsi. Senza preavviso. Gli occhi lucidi, il volto tirato, l’espressione eloquente. Si è messo ad osservare la sua creatura ai bordi del campo. Ha salutato i calciatori, provando a spronarli con qualche parola di incoraggiamento, dopo la durissima sfuriata negli spogliatoi a Pisa. Bastone e carota, un classico che a volte funziona. E a volte no. Si è intrattenuto con Stellone, ha conversato con lo staff. Ha chiesto informazioni su infortunati e acciaccati.

In fondo, l’atteggiamento di Oreste Vigorito non è mai stato troppo diverso da quello degli altri tifosi. Anche lui, oggi, come tutti, è in attesa di un segnale. A caccia di un raggio di luce. Nel tentativo di scrutare un bagliore, che faccia capire che la fiammella della speranza è ancora accesa. Il buio pesto di otto giorni fa è un triste presagio. E per scacciarne lo spettro, serve qualcosa a cui appigliarsi. Così, ha scelto di esorcizzare la settimana più lunga, quella che non passa mai, incrociando lo sguardo dei suoi ragazzi, uno per uno. Lui, ancora innamorato nonostante il tradimento, cercava in quegli occhi la scintilla, qualcosa che certificasse una passione ancora ardente.

L’esigenza di sentirsi ricambiato: è ciò che gli ha alimentato il fuoco dentro in questi 17 anni. Che lo ha portato a spendere una cifra impensabile in una piccola piazza che ha sempre consumato pane e pallone, ma che fino ad allora non aveva mai varcato la soglia del calcio che conta. Trecentocinquanta milioni di euro, mica bruscolini. Nessun imprenditore ha mai investito tanto nella città di Benevento. E non solo a Benevento. Nel Mezzogiorno d’Italia i capoluoghi che possono vantare un simile esercizio di filantropia calcistica si contano, forse, sulle dita di una mano. Il popolo giallorosso lo ha accolto con tutti gli onori, acclamato, idolatrato, si è nutrito del suo carisma. Ha instaurato con lui un rapporto viscerale, quasi morboso.

Nei momenti difficili, tra finali perse e promozioni scippate, quando la rassegnazione stava per prendere il sopravvento, bastava una sua intervista per far tornare l’entusiasmo. Un fenomeno dilagante, un’euforia che diventava ben presto contagiosa. In 17 tornei conclusi, il Benevento di Vigorito ha conquistato quattro promozioni (due in A, una in B e una in C1), tre attraverso vittorie di campionato e una mediante gli spareggi, e ottenuto 10 partecipazioni ai playoff (2 in C2, 5 in C1 o C, 3 in B). Significa che in 13 occasioni su 17, che equivalgono al 76%, la squadra si è garantita la possibilità di giocarsi quantomeno il salto di categoria attraverso la post-season. Fanno eccezione le due retrocessioni dalla Serie A e i due sesti posti consecutivi in Prima Divisione di Lega Pro (ma nel 2011-2012, il Benevento arrivò ad una sola lunghezza dalla Pro Vercelli quinta e scontò una penalizzazione di 2 punti rispetto agli iniziali 9, per responsabilità oggettiva nella vicenda Paoloni, quindi sul campo i playoff erano stati conquistati anche in quella circostanza, e saremmo a 14 su 17, un dato impressionante).

Nel corso di quegli anni se ne sono udite di tutti i colori. Gli hanno detto che aveva rilevato il Benevento perché così avrebbe avuto il via libera alla costruzione di nuovi parchi eolici: l’ultimo impianto realizzato risale al 2006. Gli hanno detto che non voleva salire in B perché non gli sarebbe convenuto e che dalla A desiderava scendere perché i costi erano troppo elevati e desiderava intascare i soldi del paracadute. Gli hanno detto che di calcio capiva solo il compianto Ciro e che dopo la sua scomparsa non avrebbe mai raggiunto i traguardi che si era prefissato: è arrivato fino al decimo posto provvisorio in Serie A. Gli hanno detto che si affezionava troppo ai giocatori senza essere ripagato nel modo giusto. Gli hanno detto che voleva fare tutto lui e che per questo non si sceglieva collaboratori all’altezza. Quando poi sono arrivati i successi, gli hanno detto che aveva vinto perché aveva smesso di fare di testa sua e aveva lasciato carta bianca ai suoi collaboratori. Ora gli stanno dicendo che ha pianificato una lenta agonia del club, facendolo sprofondare poco alla volta. Avrebbe programmato la retrocessione in C per fare un dispetto e togliersi l’ultima soddisfazione, riportando la società dove l’ha trovata. Trecentocinquanta milioni di euro per farsi un paio di giri in Serie A e poi tornare sui campi impolverati della terza serie, così, per ripicca.

Oreste Vigorito non ha un carattere facile. E’ sempre stato un personaggio fuori dagli stereotipi, dai cliché. E’ fatto a modo suo, ha la mania del controllo, quando è arrabbiato eccede nei toni e nei modi, e questo è l’unico aspetto che, oltre all’amore smisurato verso i colori giallorossi, lo accomuna un po’ a tutti. Diffidente verso il prossimo, severo, rigoroso, mai banale. Dotato di un’intelligenza sopraffina che gli consente di stare sul pezzo anche quando non ha padronanza dell’argomento. Chi lo conosce per davvero, sa bene che il suo umore è direttamente proporzionale ai risultati del Benevento. Lo era allora, ed è così ancora oggi. A 76 anni rimane un inguaribile romantico. Ha avuto geniali intuizioni e commesso errori. Con la squadra già spacciata, al primo anno in A, a gennaio ha speso una fortuna solo per retrocedere in modo onorevole. Al ritorno in massima serie, sempre a gennaio, si è lasciato convincere che bastassero De Paoli, Gaich e 10 punti di vantaggio per mantenere la categoria. Ma se c’è una cosa che non gli si può imputare, è la malafede. Dopo gli ingenti capitali spesi e l’ennesima delusione playoff, ha tentato di approcciare al nuovo campionato in modo meno pretenzioso, magari risparmiando qualcosa rispetto al passato. Non ci avesse mai provato, è successo il pandemonio. Il progetto gli si è disintegrato tra le mani, poco alla volta. Morale della favola: concorrere per posizioni che non siano quelle di vertice, non è nel suo DNA. E a furia di stare sempre lassù, qualcuno che ci aveva fatto l’abitudine ora non riesce proprio ad accettare questa nuova, inimmaginabile condizione. 

Certo, la stagione è seriamente compromessa. E’ nata male e sta per finire peggio. La permanenza in B è assai complicata. La squadra è in uno stato catalettico. Il mercato si è rivelato un disastro così come la gestione dei tecnici che si sono avvicendati. Ma da qui a vedere un disegno ben orchestrato per gettar via il bambino con l’acqua sporca ce ne passa. Il presidente che starebbe per abbandonare il Benevento al suo destino, a Pisa ha detto ai calciatori che in caso di retrocessione, tratterrà qui tutti quelli che potrà perché nessuno pensi di affossare il Benevento e andarsene come se nulla fosse. Il presidente che avrebbe ordito il complotto ai danni di sé stesso, per riportare il Benevento in C, nell’ultimo anno ha aperto numerose trattative per la costruzione di un centro sportivo con foresteria e campi da gioco. Aveva chiuso il Seminario Arcivescovile, con la possibilità di restituirlo agli antichi splendori, all’ultimo istante hanno cambiato le carte in tavola e gli hanno chiesto pure una fideiussione. E’ andato a fare recenti sopralluoghi al Bios di Piano Cappelle, all’Olmeri Club (struttura rilevata dal Consorzio Sale della Terra), al vecchio Quisisana a Monte Guardia (acquisita dai vertici di Ansi Formazione), in questi ultimi due casi non ritrovando spazi a sufficienza per realizzare ciò che ha in testa.

Con il dovuto rispetto, non sembrano segnali di resa e neppure una strategia di disimpegno da parte di chi ha consegnato ai beneventani le chiavi per il Paradiso, ma ora è tacciato di averle trasformate nel passaporto per l’Inferno.

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