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Calcio

Dai gol di Aruta e Molino allo scandalo di Crotone, Spatola e il suo Benevento: “Lasciato solo dopo il furto”

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Avrebbe dovuto esserci anche lui, in piazza Risorgimento, alla serata amarcord sulla Strega organizzata nell’ambito dello Sport Village. I fisiologici acciacchi dell’età glielo hanno impedito. “Ero tra gli invitati, che peccato essermi perso una serata così bella”. Eppure la promozione raccontata da mister Dellisanti, da Compagno e Bertuccelli non gli appartiene. Non al Pino Spatola presidente, almeno. Al tifoso sì: “Per me il valore sentimentale della vittoria a Lecce è anche superiore a quella che ci ha consentito di andare in Serie A. Quel 13 giugno ero a Benevento, con mia moglie. Andai ad ascoltare la gara via radio in una trattoria di via Napoli. Ma il segnale prendeva male e ci spostammo nella zona dell’ospedale. Che emozioni grandiose, ricordo ancora tutto: anche l’esultanza al gol di Compagno. E ovviamente l’esplosione di gioia dell’intera Città. Scene indimenticabili per tutti i beneventani puri, come me”.

Cosa significa ‘Beneventano puro’?

“So cosa significa per me, che sono nato nel centro storico, che ho sempre seguito le vicissitudini del Benevento. Le prime volte allo stadio da bambino, avevo sei o sette anni: che aria che si respirava sui gradoni del Meomartini. Non si dimentichi una cosa: io sono stato prima tifoso e poi presidente e non prima presidente e poi tifoso. La gente lo sa ed è per questo che ancora oggi, se faccio un giro in Città, mi chiama e mi saluta. E si ferma a parlare”

Nonostante l’epilogo

“Io ero stato chiaro sin dall’inizio. All’incontro che facemmo prima di rilevare la società, eravamo a casa di Mastella, dissi “ci sto, ma dobbiamo essere almeno in tre”. Anche perché per raggiungere la Serie C1 la società si era indebitata, un buco da 700 milioni di lire. Con me dissero di sì altri due imprenditori che però poi si sfilarono, lasciandomi solo. Ma mi ero fatto una promessa, da giovane: “Se ne avrò l’opportunità, porterò il Benevento in Serie B”. Non ne potevo più della partite contro la Turris o la Juve Stabia. E trovavo inaccettabile che quella sannita fosse l’unica provincia a non essere mai stata in B. Per questo sono andato avanti, provando a fare il miracolo. Quasi ci riuscivamo, maledetto Crotone”.

Lo Sporting è finito lì

“Avevo deciso di mollare. Le istituzioni locali mi convinsero a restare. Ma poi rimasi totalmente solo a lottare, mentre altri già pensavano al ‘Lodo Petrucci’. Tutti i miei risparmi ci ho rimesso. Non me ne sono mai pentito perché quegli anni sono stati meravigliosi. Di più, però, non potevo fare. E i beneventani ne sono consapevoli. Altro che fallimento, altro che bancarotta documentale. Lasciamo stare”.

Se la può consolare, nessuna l’ha mai dimenticata quella partita. Neanche negli anni in B e in A

“Uno scandalo. Una partita palesemente pilotata. Ma non da Moggi, come si è spesso detto: c’erano altri personaggi, coinvolti nel settore giovanile della Juventus, interessati a quel risultato. Fatto sta che non ci fu nulla di regolare in quella partita, a cominciare dall’accoglienza e dalle minacce. Per arrivare ovviamente alla direzione del match: qualcosa successe durante l’intervallo perché l’arbitro del secondo tempo era una persona diversa da quella dei primi quarantacinque minuti. Lui fu promosso, a me invece scipparono la storia dalle mani”.

E’ rimasto in contatto con qualcuno dei protagonisti di quella stagione

“Con tanti. Ma con uno in particolare: Gigi Molino. Che emozione il suo acquisto, sembrava avessi portato Ronaldo a Benevento! Ricordo la festa che mi fecero a piazzetta Vari, la gente impazzita. E poi gli attimi dopo il suo gol a Crotone ancora mi mettono i brividi: come fare un giro in Paradiso”

Un rapporto particolare quello tra lei e i tifosi

“Perché ero il presidente ma non mi sono mai sentito il proprietario della squadra. L’anima del Benevento sono loro, i tifosi. Con i loro pregi e difetti. Se lo dimentichi, il tifoso vero, quello passionale e viscerale, lo allontani. E non è detto che lo recuperi con i risultati. Le sembra assurdo? Il calcio questo è, richiede un coinvolgimento totale, segue regole tutte sue. Io con gli arbitri, ad esempio, avevo tutto un modo mio di rapportarmi”

Racconti

“Se pure mi facevano un torto, andavo negli spogliatoio e prima mi sfogavo e poi gli davo ragione. Tentavo di creare un rapporto empatico, sperando in un favore per quando sarebbe tornato a dirigerci”.

E hai mai funzionato?

“Certo. L’unico torto irreparabile è stato quello di Crotone”

Però si è tolto anche diverse soddisfazioni: il suo Benevento è stato il primo a sfidare la Juventus, seppur con la formazione primavera

“Eliminammo la Lazio per sfidare la Juventus nella semifinale della Coppa Italia Primavera. A Torino pareggiammo 2 a 2, sbagliando anche un rigore con Cutolo. Il ritorno un disastro: mi consigliarono di non giocare al Santa Colomba ma a Morcone, campo più piccolo. Volevamo tendere una trappola alla Juventus, squadra farcita di giovani poi divenuti calciatori professionisti, e anche di un certo livello. Prendemmo sei palloni e tanta acqua. Con loro giocava anche Palladino, lo sa che conservo ancora buoni rapporti con lui?”.

Si?

“Viene spesso a trovarmi a casa. Ma anche io, quando era a Torino, andavo spesso da lui. Mi ha regalato tante maglie della Juventus firmate, anche da Del Piero. La mia fede bianconera d’altronde è cosa nota anche se non paragonabile a quella per il Benevento”.

Oggi si parla di lui come di uno dei giovani allenatori più promettenti nel panorama italiano

“Non mi sorprende. E’ un ragazzo intelligente, di pallone ne capisce”

Tornando alla prima squadra: dei momenti brutti abbiamo già parlato, qualche partita che ricorda con piacere?

“Eh, sono diverse. Ovviamente l’andata di quella semifinale, con il gol di Pellicori. Pellicori che era in panchina! Madonna che squadra avevamo costruito. A gennaio Gino Corrado fece un capolavoro, nel girone di ritorno non ricordo una partita persa. Ma ricordo altrettanto volentieri la partita di Nocera, quella dei playout. Cross di Mastroianni e gol di Aruta: un altro tentativo di scippo, quella volta non riuscito”.

In effetti non si ha memoria di altre partite sospese per pioggia a pochi minuti dal termine

“Protestai, feci ricorso, andai a Roma. Da solo. “Il suo avvocato dove sta?” – mi chiese la commissioni. “Il mio avvocato sono io” – risposi. La cosa fece scalpore, Il presidente Abete poi si congratulò con me per l’ottima difesa. Ma ricordo anche il ritorno di quel playout, la paura di retrocedere contra una squadra che aveva fatto 7-8 punti in meno di noi. “Non è giusto” – dissi a Macalli. E l’anno dopo la regola cambiò. Ma anche una gara a Teramo merita una menzione”.

Prego

“Molino tirò un rigore lento, così lento che il portiere – pure spiazzato – se si fosse alzato in tempo avrebbe preso il pallone. Quante gliene dissi sul pullman di ritorno. Ora mi è ricapitato con Cheddira”.

Cheddira?

“Sì, il giocatore del Bari. E’ stato ospite a casa mia poco tempo fa, mio genero è il suo procuratore. Cheddira ha calciato un rigore simile a quello di Molino: lento e il portiere glielo ha parato. “Devi tirare una cagliosa” – gli ho spiegato”.

Finite qua le partite da ricordare?

“No, c’è quella della mia famosa scivolata sotto il settore ospiti. Mi tuffai con Di Nardo e mi slogai il braccio. Eravamo sempre a Teramo e un giornalista abruzzese mi regalò una sciarpa. Un ringraziamento al tifoso-presidente. La conservo ancora”

A questo punto ci siamo detti tutto: manca una sola cosa

“Forza Benevento”

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