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Il rugby sannita premiato a Napoli con le Benemerenze Ovali: riconoscimento alla memoria per l’indimenticato tecnico Aldo Guerra

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C’è un filo invisibile che attraversa il tempo e tiene insieme storie, sacrifici e passioni. È il filo della palla ovale, che nel fine settimana ha trovato una delle sue espressioni più autentiche nella sala “Guido Pepe” della sede del CONI di Napoli, dove si è svolta la cerimonia di consegna delle Benemerenze Ovali 2026 per la Campania.

Un momento di festa e riconoscimento, promosso dalla Federazione Italiana Rugby e dal Club Italia Amatori Rugby, che ha acceso i riflettori su chi, nel corso degli anni, ha costruito e custodito il rugby con dedizione silenziosa, spesso lontano dai grandi palcoscenici ma vicino alle comunità.

Le onorificenze raccontano storie lunghe una vita: Ovale di Bronzo per oltre quindici anni di attività, d’Argento per chi ha superato i venti, d’Oro per i trent’anni e la prestigiosa Fronda d’Alloro per chi ha consacrato oltre quarant’anni al rugby. Numeri che, in realtà, parlano di passione, sacrificio e amore per uno sport che è prima di tutto scuola di vita.

E il Sannio, ancora una volta, ha risposto presente. Tra gli insigniti dell’Ovale d’Oro – oltre trent’anni di attività – spiccano nomi che rappresentano autentiche colonne del movimento locale: Giovanni Camera, Gioacchino Casciello, Gianluca e Salvatore Cipollone, Antonio Manzo. Uomini che hanno attraversato epoche diverse del rugby beneventano, contribuendo alla sua crescita con continuità e spirito di appartenenza, spesso alternando il ruolo di giocatori, dirigenti e punti di riferimento per i più giovani.

Per l’Ovale d’Argento, riconoscimento per oltre vent’anni di attività, è stato premiato Giovanni Nobile, esempio di costanza e dedizione, mentre l’Ovale di Bronzo è andato a Rocco Catillo, testimone di un impegno già importante e destinato a lasciare il segno nel tempo.

A rendere ancora più significativo il quadro, il Premio CIAR 2026 assegnato a Carlo Canna, talento sannita che da giocatore ha saputo portare il nome del territorio sui palcoscenici più importanti del rugby nazionale e internazionale, diventando simbolo di un movimento capace di esprimere eccellenze. A ritirare il suo riconoscimento un altro pilastro del movimento beneventano, l’ex presidente della Fir Campania Peppe Calicchio.

Ma il cuore pulsante della giornata è stato anche il riconoscimento collettivo al Rugby IV Circolo Benevento, premiato con il Premio Speciale CIAR 2026 insieme al suo presidente Lorenzo De Vanna. Un tributo a una realtà che, negli anni, ha rappresentato molto più di una società sportiva: un presidio educativo e sociale, capace di accogliere generazioni di ragazzi e accompagnarli nella crescita, dentro e fuori dal campo.

Il IV Circolo è stato, e continua a essere, una casa del rugby. Un luogo in cui si impara a stare insieme, a rispettarsi, a cadere e rialzarsi. E il lavoro portato avanti dalla dirigenza, con De Vanna in prima linea, è la dimostrazione concreta di come lo sport possa diventare strumento di inclusione e costruzione di comunità.

Poi, il momento più intenso. Quello che ha fatto calare il silenzio e riempito gli occhi di emozione. Il Premio Speciale “alla memoria” è stato dedicato ad Aldo Guerra. E in quell’istante, più che una cerimonia, è sembrato di assistere a un ritorno.

Guerra, scomparso nel novembre 2024 a 70 anni, è stato una figura cardine del rugby beneventano. Prima giocatore, pilastro negli anni Settanta e Ottanta, poi educatore, tecnico, guida. Ma soprattutto, è stato un uomo capace di lasciare un’impronta profonda nelle persone.

Docente di scienze motorie, ha dedicato la sua vita ai giovani, trasformando il campo da rugby in un’aula senza pareti. Lì insegnava molto più di uno sport: insegnava il rispetto, la disciplina, il valore del sacrificio e dell’aiuto reciproco. Insegnava a diventare uomini.

Sotto la sua guida sono cresciute intere generazioni. Ragazzi che oggi portano con sé ciò che hanno imparato da lui: non solo schemi e tecnica, ma un modo di stare al mondo. Era un allenatore che costruiva relazioni, che univa, che creava gruppo. Un punto fermo, un riferimento.

Credeva in un rugby “sociale”, fatto di viaggi, incontri, famiglie che ospitano altre famiglie, ragazzi che imparano a conoscere il mondo attraverso lo sport. Un’idea che ha reso concreta per decenni, aprendo orizzonti e formando coscienze.

Quando il suo nome è stato pronunciato, non è stato solo un ricordo. È stato un passaggio di testimone. Un’eredità viva.

Il premio, consegnato alla moglie Rita prima del match dei suoi ragazzi contro la capolista Partenope, ha avuto il sapore di un abbraccio collettivo. Come se tutta la comunità del rugby, in quel momento, si fosse stretta attorno a lui, per dirgli grazie. Perché ci sono uomini che non smettono di allenare neanche quando non sono più in campo. Continuano a farlo attraverso ciò che hanno seminato. E Aldo Guerra è uno di questi.

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