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Calcio

Il talento inesploso di Gianluca Mandato, il ‘Cassano’ di Benevento: “Ho commesso i miei errori, ma mi è mancato un Fascetti”

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Il talento ‘di casa’ più luminoso passato dalle parti di via Santa Colomba? Provate a chiederlo a uno dei tanti addetti ai lavori che agli inizi degli anni duemila seguivano le sorti del Benevento Calcio. Vi risponderanno tutti così: Gianluca Mandato. “Tecnicamente superiore a tutti. Un altro pianeta” – aggiungeranno. Ma la storia del pallone, da queste parti, è fatta più di occasioni sprecate che di successi. E così la stella di Gianluca si è eclissata proprio nel momento di brillare. “Tutti danno la colpa a me, alla mia ‘testa matta’. Lo dicono anche quelli che non mi hanno mai conosciuto, che neanche sanno se facevo il calciatore o il tennista. E io le mie responsabilità le ammetto, sono consapevole di aver sbagliato. Ma non è stata solo colpa mia. Ero un ragazzo. E venivo anche da momenti difficili. Avevo bisogno di qualcuno che mi sostenesse. Ecco, spesso ho sentito dire di me che ero un ‘Cassano’. E allora diciamo pure che mi è mancata una figura come Fascetti. Perché in fin dei conti ad avere la mia occasione ci ero arrivato. Ma non mi è stata data l’opportunità di giocarmela”.

Al Benevento quando ci arrivi?

“A 18 anni, direttamente dalla Promozione. La scuola calcio non l’ho mai fatta, sempre giocato in campionati provinciali e regionali. Dai 16 ai 18 sono alla Ferrini, poi Peppe Lepore e Guido De Rosa mi chiamano per la Berretti del Benevento e ci vado di corsa. Dellisanti mi vede e a gennaio passo ad allenarmi fisso con la prima squadra, dove però non trovo spazio e quindi continuo a giocare con la Berretti”.

E dopo?

“Firmo un biennale. La nuova stagione parto subito con il Benevento, con il ritiro. Ormai sono in prima squadra in pianta stabile. Ma non è un campionato fortunato e Dellisanti viene esonerato. Un dispiacere:  fu lui a farmi esordire, mi aiutava tanto. Ma al suo posto arriva Specchia che mostra subito attenzione nei miei confronti. Mi ‘vedeva tanto’, come si è soliti dire. Mi chiamava anche di notte: “Riposati che domani giochi”. E faccio altre tre presenze”.

Poi arriva la stagione della ‘svolta’ per te. Almeno così tutti credevano

“La società naviga in cattive acque. Il presidente Guido Sparandeo mi chiama e mi dice: “Il prossimo anno giochi perché devi metterti in mostra. Occorrono soldi e dovremo venderti. Ma finirà diversamente”.

Perché?

“Faccio un buon precampionato dove spesso parto titolare. Parliamo, in quella stagione, di una rosa fatta essenzialmente di giovani, con 6/7 calciatori esperti, De Rosa come referente societario e D’Agostino allenatore. Succede che inizia il campionato e le prime sette gare sono confinato sempre in tribuna. Ma come? L’anno prima ero minimo in panchina e ora addirittura la tribuna? Eppure in campo vedo tutti gli ex primavera. La situazione peggiora perché arriva il punto in cui neanche mi fanno più allenare con la prima squadra: finisco in palestra coi calciatori in prova. La delusione è enorme. E dopo la sconfitta di Ascoli mi chiamano in sede e mi propongono la rescissione del contratto”.

E tu firmasti

“Rimasi incredulo dinanzi alla proposta di rescindere. Avessi avuto al mio fianco qualcuno di certo mi avrebbe sconsigliato di firmare: rescindere è come licenziarsi. Ma ero solo. Il mio carattere, il mio istinto: firmai, senza batter ciglio. Il giorno dopo mi chiamò Sparandeo: “Che hai combinato? Perché lo hai fatto?”. Non ne sapeva niente, provò anche a bloccare tutto ma senza risultati. Tra l’altro poche settimane dopo arrivò Spatola, iniziò una storia diversa. Per me invece è finita lì, con la rescissione”.

La fine di un sogno

“Era quasi fatta… Perché è vero: i miei errori, il mio carattere. Ma ero un ragazzo di 18-19 anni, privo della guida paterna perché da poco avevo perso mio padre. Facevo di testa mia e sbagliavo. Quello che vuoi. Ma l’occasione comunque era arrivata, me l’ero costruita. Ma l’opportunità di giocarmela non mi è stata data. E non ho ancora capito perché. Eppure in quelle sette partite sarebbe bastata una giocata, una buona prestazione. E magari sarebbe andata diversamente”.

Dopo la rescissione però il calcio non lo hai abbandonato, riprendendo dai campionati minori

“Andai a giocare con il Milan Sannio in Promozione. L’anno dopo alla Ferrini. E poi ancora l’avventura con la Forza e Coraggio: dalla Prima Categoria alla Serie D, arrivando a un passo da una incredibile promozione in C2. Un ricordo bellissimo, anche per la presenza di Massimo Taddeo: persona buona che di calcio ne capisce. Ma per me era troppo tardi, l’occasione per giocare a livelli importanti era già andata persa”.

Il rammarico non è soltanto il tuo, tutti erano convinti del tuo enorme potenziale

“Magari rischio di sembrare presuntuoso, ma tecnicamente più forti di me ne ho visti pochi in quegli anni. Ma il calcio non è soltanto tecnica. Serve carattere, serve la giusta testa, la consapevolezza dell’importanza degli allenamenti. E poi fortuna e soprattutto trovare sulla tua strada le persone giuste”.

Un calciatore della prima squadra con cui legasti?

“Il primo che mi viene in mente è Giovanni Caterino, terzino sinistro di quella squadra. Mi voleva bene”.

E quello che più ti ha colpito?

“Beh, Pedro Mariani. Il mio primo anno tra i grandi ci salvammo all’ultima giornata con un suo gol incredibile, alla Fidelis Andria,  praticamente al novantesimo. Ma al di là dell’episodio, era un fenomeno assoluto. Per stile e per carisma. Era uno spettacolo vederlo durante gli allenamenti. Restavi ammirato. Anche se mi deve ancora 240 mila lire”.

Questa la possiamo raccontare

“Era il capitano e toccava a lui distribuire il premio partita: 480 mila lire. “A te Mandato ne dò 240mila lire”. Ovviamente protestai. “E allora anche le 240mila le tengo congelate”. Mai più viste”.

Raccontaci invece il tuo esordio

“In trasferta con la Fermana, perdevamo quattro a zero. Fu Dellisanti a farmi esordire. Nonostante il risultato volevo fare bene, presi subito un giallo. Ma anche qui c’è un aneddoto con Pedro. Lui provava a darmi la palla per farmi giocare ma scivolavo sempre. “Ma che scarpe hai messo” – mi grida negli spogliatoi. Avevo quelle gommate e non chiodate. Me le voleva rompere in testa”

Anche della tua esperienza nella Berretti si raccontano tanti aneddoti: è vero che il padre di un tuo compagno di squadra ti pagava per segnare?

“Il padre di Lo Calzo. Ma è una storia vera a metà. Giocavamo in trasferta a Terni e segnai due gol, uno da centrocampo. Mi diede 200mila lire, cento euro a gol. Ma io non ne sapevo nulla, non ero stato informato prima della partita. Segnai anche la domenica successiva in una gara sentitissima, al Santa Colomba contro il Napoli. Ma perdemmo e quindi niente ‘premio’. Ma sai una cosa? Le partite dopo non segnai e cominciarono subito le voci: “Ecco, non lo pagano e non segna”. Una cattiveria. Che poi non ero un attaccante, non ero un numero nove. Giocavo da rifinitore. Ma vabbè… “.

Il tuo rapporto oggi con il calcio?

“Non lo seguo più tanto, non come una volta. Un po’ perché l’introduzione del Var non mi è piaciuta, toglie adrenalina alla partita. E poi la qualità è scesa troppo, la Serie A mi annoia. Preferisco la Premier o la Champions”.

Progetti per il futuro?

“A giugno mi sposo! Magari avrò un figlio maschio, con un talento come il mio e anche maggiore. Lo aiuterei a non sbagliare e a riconoscere le persone che vogliono davvero il tuo bene”.

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