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Calcio

Dagli spalti del Santa Colomba ai campi di mezza Europa, il cercatore di talenti Massimiliano Simeone: “Affari con la Strega? Preferisco restarne tifoso. Il calcio italiano? Serve riforma di sistema”

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A cavallo tra gli anni Novanta e Duemila la Sports Interactive sviluppa un videogame destinato a creare dipendenza tra gli appassionati di calcio. “Football Manager” rivoluzionerà giornate e nottate di generazioni di calciofili, arrivando a rovinare vite di coppia e a condizionare le attività lavorative. E perché stupirsi? Non è cosa semplice allenare il Barcellona. E ancora più complicato è portare in Champions League il club del tuo paese, società a gestioni familiari che abitualmente si sbattono tra prima e seconda categoria. Che poi neanche devi soltanto allenarla la tua squadra: devi pure comprare e vendere i calciatori. Una faticaccia. Ma ne vale la pena: vuoi mettere la soddisfazione di veder esordire in nazionale quel ragazzino scoperto proprio da te? Ecco, ‘Fm’ esiste ancora e nell’edizione 2024 propone tra i migliori portieri del futuro – li chiamano ‘wonderkids’ – un diciottenne polacco: Bartosz Zelazowski. Attualmente milita nelle selezioni giovanili del Nizza. Deve ancora debuttare in prima squadra ma per gli esperti del videogames non ci sono dubbi: diventerà un fenomeno. Previsione che di certo non dispiacerà a colui che Zelazowski lo ha scoperto per davvero, nel mondo reale: “In una piccola accademia calcistica polacca” – racconta Massimiliano Simeone, Agente Fifa. Un beneventano che fa quel mestiere che molti suoi coetanei sognavano di fare: il cercatore di talenti.  Eppure in tanti, da queste parti, per lui immaginavano una carriera diversa. Magari sulle orme del padre Alberto, giurista e politico. Personalità di spicco sullo scenario pubblico.

Ma infatti: politica niente?

Sono stato segretario del Fronte della Gioventù. La mia prima tessera di partito a 14 anni. Dell’Msi, ovviamente. Con l’ingresso di mio padre in Parlamento, però, ho smesso di prenderla la tessera. Giusto così. E poi la svolta liberista di Alleanza Nazionale non mi convinceva. E non per nostalgia del passato. Come mio padre, anch’io non ho mai nutrito simpatie per il ventennio, tutt’altro. Ma ho sempre pensato che si possa essere di destra senza essere né fascisti né liberisti. Col tempo, poi, l’interesse per la politica è proprio scaduto. Dal mio punto di osservazione – vivo in Polonia da tempo – lo spettacolo che offre la politica italiana fa spesso sorridere. E pure sul piano territoriale la situazione non migliora, con la politica che è diventata esclusiva dei medici di basi e dei portatori di voti sicuri”.

E la passione per il calcio?

“Quella sempre avuta, anche se ero un giocatore di rugby. Poi la vita va così: esce un corso per Agenti Fifa e decido di iscrivermi. Lo supero e divento Agente”.

E perché in Polonia?

“Ero fidanzato con una ragazza polacca. E siamo ancora insieme. Tra le diverse cose ereditate da mio padre, in effetti, c’è la monogamia”.

Anche il calcio è una passione ereditata?

“Mio padre era un tifosissimo del Napoli. Tra i tanti grazie che gli devo c’è quello di avermi fatto assistere all’epopea maradoniana: sempre abbonati al ‘San Paolo’ dal 1984 al 1990”.

Gli inizi della professione: superi il corso da Agente Fifa e… ?

“Presa la licenza inizio a muovermi in un mondo a me totalmente sconosciuto. E infatti agli entusiasmi iniziali fanno seguito le prime inevitabili delusioni e difficoltà”.

La prima operazione conclusa?

“Con il Chievo Verona: Damian Rasak, 16/17enne che era di proprietà di un club polacco minore. Arriva e con la Primavera del Chievo vince uno scudetto. In Italia, però, non si ambienterà mai. Tornato in Polonia, comunque, sta portando avanti una buona carriera nella massima serie”.

Si parla di Agenti e si pensa subito a un mondo di luci e paillettes: è tutto oro?

“Ovviamente no, prendiamo le Commissioni: in Francia, per fare un esempio, ci sono limitazioni importanti e per certi aspetti può apparire giusto così. Ma se si guarda ai grandi affari. Per il livello medio è completamente diverso: lavori per un calciatore tre anni e il compenso arriva a 30mila euro. Può sembrare una cifra importante ma non tiene conto delle spese che l’agente ha sostenuto per quel ragazzo: pensa soltanto ai viaggi e agli hotel, tutto organizzato da un giorno all’altro. E poi io sono uno che i contatti li va a prendere sul posto, guardando le partite, girando campi, parlando coi genitori. La gestione di un calciatore ha costi notevoli che all’esterno non si vedono. Si vede soltanto il bello”.

Oggi se ne discute tanto: favorevole o no all’uso degli algoritmi?

“La Roma di recente si è affidata a Florent Ghisolfi, che lavora sugli algoritmi. E’ una tendenza in crescita, è evidente. Te ne accorgi soprattutto lavorando con l’estero. Quando ho trasmesso alcuni profili a club inglesi il primo feedback mi è arrivato dopo dieci minuti, il tempo di inserire nome e cognome nel programma. Però a essere sinceri è una cosa che non mi entusiasma, non mi convince. Può avere un senso in sport come il basket e il baseball dove le situazioni di gioco si ripetono e dunque le statistiche assumono un peso rilevante. Nel calcio è diverso: ci sono troppe variabili in più da prendere in considerazione”.

Le operazioni che ti hanno dato più soddisfazione?

“La prima è quella condotta con il Nizza per Bartosz Zelazowski. Diventerà un grande portiere, lo ha compreso pure Football Manager. Posso dire che è una scoperta mia e del mio scout. Giocava in una piccola accademia e non era stato mai convocato nelle nazionali giovanili, se non per qualche stage. Proprio in questi giorni abbiamo chiuso il rinnovo del contratto. E poi voglio ricordare il trasferimento al Napoli – dove ora è terzo portiere – di Hubert Idasiak”.

E con il Benevento?

“Con il Benevento niente. Preferisco restarne un tifoso. La mia passione per la Strega è cosa nota, ero anche tra i lanciacori del Vecchio Settore 1993”.

Qualche operazione in Polonia, di recente, il Benevento pure l’ha condotta

“L’acquisto di Bukata, slovacco, mi sorprese perché anche in Polonia faceva tanta panchina. Kubica è una storia diversa, lo avevo visto giocare più volte e non mi dispiaceva. Sin dal suo arrivo a Benevento, però, ho sentito parlarne come di un mediano mentre nella Serie A polacca giocava da mezzala-trequartista. Non so se è stato un problema di ruolo ma il suo ambientamento non ha funzionato, cosa rara per un calciatore polacco”.

Gli Europei stanno evidenziando – ancora di più – un gap tra il calcio italiano e quello di altri Paesi: sorpreso?

“No perché il calcio italiano è rimasto indietro rispetto ad altre realtà. Sotto diversi punti di vista. Sarebbe facile, ora, fare il paragone con la Premier League. E allora guardiamo la Bundesliga: stadi nuovi, confortevoli. E sempre pieni grazie a politiche che favoriscono la presenza del pubblico sugli spalti. Quindi il lato tecnico: in Italia si gioca a ritmi troppo più bassi rispetto a quelli degli altri campionati top. Mica sono un caso gli exploit di squadre come Atalanta e Bologna: sono quelle che corrono di più. Poi mi dirai: l’Inter è arrivata in finale di Champions. Vero, anche altre squadre sono arrivate fino in fondo. E questo perché siamo i più bravi a fare una cosa che gli altri non sanno fare: far giocare male gli avversari. Ma sul lungo i problemi emergono. E a volte i successi – come l’Europeo scorso, quando agli ottavi fummo salvati dal Var per questione di millimetri, altrimenti saremmo usciti agli ottavi contro l’Austria – ti portano a nascondere i problemi sotto al tappeto. E i problemi sono tanti. E di sistema”.

Anche per il settore giovanile?

“In Italia si investe poco nel settore giovanile. E devo dire che da questo punto di vista il Benevento rappresenta una eccezione. Ma è normale che sui giovani investa di più un club di Serie C che un top club come il Napoli? Non lo è. Come non lo è l’assenza delle squadre B, una realtà consolidata in tanti altri Paesi”.

Sono utili le seconde squadre?

“Assolutamente. Ma in Italia la realtà non le facilita. In Figc la Serie A conta quanto la Serie D – anche meno. E la D le seconde squadre non le vuole. E così la Serie C. Il risultato è che a 17/18 anni i ragazzi giocano in un campionato Primavera poco competitivo. E infatti soltanto l’1% arriva in Serie A. Tutti gli altri approdano – al massimo – in B o in C. Poi quando perdono la qualifica di ‘Under’ o smettono o giocano in Eccellenza”.

Come se ne esce?

“Rivedendo tutto. Pure il calcio inglese è stato in crisi: ha cambiato tanto, si è affidato a manager e persone nuove e oggi è in cima al Mondo. E così in Germania. Dinanzi alle difficoltà si cambia. In Italia no. A ‘comandare’ sono sempre gli stessi. E i problemi pure”.

E’ un discorso che vale solo per il calcio?

“Purtroppo no. Ogni qual volta torno a Benevento ho la sensazione di ritrovarla peggio di come l’avevo lasciata. Uno pensa alla Polonia e si immagina un Paese arretrato. Ma lì ogni agglomerato di casa ha un parco giochi a verde per i bambini e uno spazio con attrezzi da palestra per gli adulti. Qui se ne realizza uno e dopo due giorni arriva qualcuno a vandalizzarlo. I campetti da sport sono abbandonati a se stessi, non ne trovi uno da basket con la rete ancora nel canestro. Lasciamo perdere”.

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