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Calcio

La storia di Cesare Ventura, da bandiera giallorossa a maestro di un calcio che sa ancora educare

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Ci sono uomini che allenano. E poi c’è chi educa. Chi prende un bambino per mano e lo accompagna lungo il sentiero della vita, con un pallone fra i piedi e valori nel cuore.
Cesare Ventura è uno di questi. Anzi, è il simbolo di ciò che significa educare attraverso lo sport.

Per oltre quarant’anni, Cesare non ha solo insegnato a passare, dribblare o correre. Ha insegnato a rispettare, a lottare, a cadere e a rialzarsi. E lo ha fatto sempre con lo stesso stile: quello silenzioso di chi non cerca applausi, ma occhi sinceri.

A 71 anni, e con un passato importante da giocatore professionista, lo vedi ancora lì, al campo Mellusi di via Calandra, ogni benedetto momento. La voce ferma, lo sguardo attento, le mani che indicano, ma non impongono. Con lui, anche il gesto più semplice — uno stop, un tiro — diventa educazione, dialogo, ascolto.

Non ha mai mollato un solo giorno. Perché ogni sorriso di un bambino, ogni saluto via WhatsApp, ogni “ciao mister” sussurrato timidamente, è il premio più grande.

“Ho iniziato in un convento a Paduli, negli anni ’80” racconta con il sorriso di chi ripercorre la propria ‘vocazione’. Lì, tra spogliatoi improvvisati e palloni consumati, ha messo le basi di un’idea semplice e rivoluzionaria: il calcio può essere scuola di vita. È un’idea che non ha mai abbandonato, ma che coltivava già quando vestiva la maglia del Benevento, tra il 1977 e il 1984, collezionando oltre 200 presenze, indossando anche la fascia da capitano, e diventando un punto di riferimento nello spogliatoio. “Giocare nella mia città fu un’emozione immensa. Ospitavo i nuovi arrivati a casa mia, cercavo di farli sentire parte di un gruppo. Lo spirito era quello”, ricorda.

Quello spirito è ancora vivo, oggi più che mai. Circa 350 bambini e ragazzi, dai Pulcini agli Under 17 élite, calcano ogni anno il campo Mellusi. Ventura e il suo staff di professionisti li accolgono con un abbraccio fatto di disciplina e affetto, metodo e spontaneità. “Formarli oggi significa trasmettere le cose che abbiamo perso per strada: la creatività, la fantasia, l’istinto. Io giocavo nel vicolo di casa mia, in via Annunziata, con due pietre per porta e un cancello per muro. Oggi quel vissuto, quel modo di ingegnarci…mancano, ed è compito nostro ricrearlo.”

“Per me è come una scuola. Vengono, apprendono, crescono”, aggiunge in modo schietto. Ventura parla dei suoi allenamenti come se fossero lezioni di vita. E forse lo sono davvero. Ci mette cura, metodo, ma soprattutto passione. Conosce ogni ragazzo per nome, ne osserva i dettagli, i punti deboli, le paure. Non fa differenze tra chi ha talento e chi fatica. Nessuno è lasciato indietro.

“È il trasporto, la voglia di stare con loro, di insegnare. Per me è una missione”, mi ripete. E quando gli chiedi qual è il suo obiettivo, non ti parla di classifiche o tornei. Ti dice solo: “Che si divertano. Che imparino. Che siano felici”. Vuole ragazzi liberi di pensare, di sbagliare, di inventare. Perché è lì che si forma il carattere. È lì che nasce il coraggio.

L’allenatore è diventato educatore. E Ventura, più che un tecnico, è un maestro. Entra in campo con loro, gioca, osserva, corregge. Non urla, non impone. Parla. A volte spiega, più spesso ascolta. Il suo metodo si fonda su una parola che oggi sembra fuori moda: passione.

“Qualcuno mi dice che sono matto a iniziare la stagione il 18 agosto, quando tutti sono ancora in vacanza. Ma io non vedevo l’ora. Mi basta scrivere un buongiorno su WhatsApp, e mi rispondono in 17, pronti a venire a giocare. Per me questo vale più di qualsiasi trofeo.”

Il campo Mellusi è il suo regno, e non solo dal punto di vista sportivo. Dal 2004, quando l’associazione ha preso in gestione l’impianto, Ventura si è fatto anche custode della struttura. E come ogni casa che si rispetti, Cesare l’ha curata centimetro per centimetro: spogliatoi nuovi, illuminazione a norma, tribune rimesse a posto, giardini curati. Tutto a spese dell’Asd, senza un lamento, solo con dedizione: “Ci tengo che sia tutto pulito, curato, efficiente. I genitori devono fidarsi. E per me, il rispetto si costruisce anche da questi dettagli”. E così ogni particolare, ogni vernice, ogni pianta annaffiata è un atto d’amore.

Con una carriera alle spalle da calciatore professionista e una lunga esperienza anche in panchina, Cesare ha scelto di lasciare il calcio “dei grandi”, quello dei contratti, dei compromessi, dei finti sorrisi: “Non tornerei mai ad allenare in ambito dilettantistico. Non voglio snaturarmi. Il calcio per me è trasparenza, è lealtà. E oggi, a certi livelli, queste cose le trovi sempre meno.”

E così, mentre il calcio si industrializza e si allontana dalle sue radici, Cesare Ventura resta lì: un ultimo baluardo di autenticità.

Alla Cesare Ventura ASD oggi ci sono tantissimi ragazzi. Età dai 5 ai 17 anni. Fasce d’età diverse, sogni diversi, ma un unico denominatore comune: un uomo in tuta, col fischietto al collo e il cuore sempre in campo.

Il suo futuro? “Finché le gambe reggono, starò sul campo con i miei ragazzi. Mi piace stare con loro, vedere come si accendono quando imparano qualcosa. Questa è la mia vittoria.”

Nel silenzio delle grandi voci, nella frenesia del calcio urlato, Ventura resta un esempio raro. È il volto sereno del calcio che educa, che ascolta, che forma. Il calcio che costruisce uomini prima ancora che atleti. E in un tempo in cui tutto corre veloce, la sua è una presenza che resiste. Come una carezza paterna che insegna a non mollare, a rialzarsi dopo una sconfitta, a cercare la bellezza anche nei passaggi più difficili del gioco. E della vita.

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