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Calcio

Camplone, la partita più difficile: “Ho visto la morte in faccia”. L’ex allenatore del Benevento rivive il suo dramma e il pericolo scampato

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«È come se fossi resuscitato». Bastano poche parole di Andrea Camplone per raccontare la drammaticità di quello che è accaduto. L’ex allenatore del Benevento è tornato a parlare dopo l’arresto cardiaco che lo ha colpito l’11 settembre mentre giocava a padel in un centro sportivo di Montesilvano. Un malore improvviso, la perdita di conoscenza, il trasferimento d’urgenza in ospedale e quei minuti nei quali, come gli è stato successivamente raccontato, è rimasto sospeso tra la vita e la morte. «Mi hanno detto che sono stato venti minuti sospeso tra la vita e la morte. Mi è andata bene», ha raccontato.

Camplone oggi guarda a quella giornata con una consapevolezza inevitabilmente diversa. Non ha ricordi di quanto accaduto in campo: l’ultima immagine che conserva è quella della partita a padel, poi il vuoto e il risveglio in ospedale. «Non ho ricordi», ha spiegato, raccontando quei momenti con la lucidità di chi si è ritrovato improvvisamente dall’altra parte del confine. «Me la sono vista davvero brutta».

Il tecnico pescarese, che ha compiuto 60 anni lo scorso luglio, è ancora alle prese con un percorso di recupero. Dopo il ricovero iniziale in Rianimazione, è stato trasferito in terapia intensiva coronarica dell’ospedale di Pescara. La prognosi, nelle prime fasi, era rimasta riservata, mentre successivamente sono arrivate notizie più confortanti sulle sue condizioni.

«Pensando al fatto che non dovrei essere qui, sto discretamente bene», ha detto Camplone. Parole che raccontano meglio di qualsiasi altra cosa la dimensione dello spavento vissuto. Anche perché l’ex allenatore ha spiegato di non aver avvertito particolari campanelli d’allarme prima dell’arresto cardiaco, pur ricordando di aver avuto in passato problemi legati al cuore. Adesso, però, c’è un percorso da seguire e Camplone assicura di volerlo affrontare fino in fondo.

Una storia che inevitabilmente tocca anche Benevento. Camplone è stato infatti allenatore della Strega nella stagione 2009-2010, in una fase ancora lontana dalla storica Serie A ma già dentro il percorso di crescita della società giallorossa targata Oreste e Ciro Vigorito. Arrivò nel dicembre 2009 per sostituire Leonardo Acori e rimase sulla panchina sannita fino all’11 aprile 2010, quando la società decise di richiamare proprio Acori per il finale di stagione.

Fu una parentesi breve, ma inserita in un momento importante della storia del Benevento. La società stava costruendo le fondamenta di quella crescita che negli anni successivi avrebbe portato la Strega prima in Serie B e poi, per la prima volta, nella massima serie. Camplone fu dunque uno degli allenatori che attraversarono quella prima fase dell’era Vigorito, quando il sogno della cadetteria rappresentava ancora l’obiettivo da conquistare.

Al suo arrivo nel Sannio aveva portato anche la propria idea di calcio, dichiarando di voler proporre un gioco offensivo e propositivo. Una filosofia che lo avrebbe accompagnato anche nelle successive esperienze sulle panchine di Lanciano, Perugia, Bari, Cesena e Catania, oltre alle altre tappe della sua carriera.

Oggi, però, tutto questo passa inevitabilmente in secondo piano. Non ci sono schemi, classifiche o risultati che tengano quando la partita diventa quella per la vita. Camplone ha raccontato di aver vissuto un’esperienza che non avrebbe mai voluto conoscere, ringraziando i medici e il personale sanitario che lo hanno assistito e tutte le persone che gli hanno manifestato affetto e vicinanza.

E proprio da Benevento, una delle piazze attraversate nella sua lunga carriera, arriva idealmente un abbraccio a un allenatore che per qualche mese ha guidato la Strega in uno dei capitoli iniziali della sua lunga scalata.

Questa volta Camplone non deve preparare una partita né inseguire una promozione. Deve soltanto completare il percorso che i medici gli hanno indicato e tornare, passo dopo passo, alla normalità. Dopo aver visto la morte così da vicino, come lui stesso ha raccontato, la vittoria più importante è già quella di poter raccontare questa storia.

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