Calcio
Alla scoperta del Cesena: la filosofia di Alino Diamanti e quel 4-3-3 nel segno della ‘Sana follia’, titolo della sua tesi a Coverciano
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C’è un modo di intendere il calcio che parte dai numeri, dalle caselle da riempire sulla lavagna e dalle distanze da rispettare. E poi c’è quello di Alessandro Diamanti, per il quale il modulo è soltanto un punto di partenza e la tattica, da sola, non basta a spiegare quello che accade in campo. Non è un caso che, per accompagnare il suo percorso a Coverciano e conquistare il patentino Uefa Pro, abbia scelto un titolo che sembra un manifesto programmatico: Sana follia. Un ossimoro soltanto in apparenza, perché racchiude bene il personaggio, il calciatore che ha fatto della fantasia e dell’imprevedibilità il proprio marchio di fabbrica e l’allenatore che oggi vuole trasferire quella libertà di espressione dentro un sistema organizzato.
Il Cesena ha deciso di affidargli una nuova fase del proprio percorso, consegnando la panchina a un tecnico che ha costruito una parte importante della propria formazione dall’altra parte del mondo. Dal 2019 l’Australia è stata la sua seconda casa: lì ha giocato, allenato, imparato e approfondito un modello di lavoro che porta la firma del City Football Group, la holding che controlla anche il Melbourne City. Un’esperienza che gli ha permesso di osservare da vicino una cultura calcistica nella quale la crescita individuale, la qualità tecnica e la capacità di prendere decisioni hanno un peso centrale. Non a caso, durante il suo percorso australiano, Diamanti ha avuto anche l’opportunità di studiare il lavoro di Pep Guardiola, riferimento dichiarato della sua idea di gioco.
«Io non ho un modulo fisso, anche se il 4-3-3 è una sorta di base sulle indicazioni di Guardiola», spiegava raccontando la propria filosofia. E subito dopo aggiungeva un concetto che aiuta a comprendere il Cesena di oggi: «La chiave non è cosa proponi, ma come la proponi». Una distinzione tutt’altro che secondaria, perché la squadra romagnola può presentarsi con un 4-3-3 sulla distinta, ma cambiare volto più volte durante la stessa partita, a seconda di chi ha il pallone, di come si muove l’avversario e degli spazi che si aprono.
Più principi che moduli: la filosofia di Alino
«A me i numeri piacciono poco. La tattica per me è finita, contano i principi di gioco», è un’altra delle frasi che meglio fotografano il pensiero dell’ex fantasista. Non significa rinunciare all’organizzazione, ma evitare che l’organizzazione diventi una gabbia. Un terzino che si alza di quindici metri, un centrocampista che si abbassa tra i difensori o un esterno che abbandona la linea laterale per occupare il mezzo spazio possono modificare gli equilibri senza che il modulo di partenza cambi formalmente.
L’obiettivo è mettere i calciatori nelle condizioni di pensare, scegliere e interpretare. Diamanti ha più volte insistito sulla necessità di coltivare il talento, anziché limitarsi a chiedere ai giocatori di eseguire meccanicamente le consegne. «Voglio gente che pensa e che fa la giocata, non semplici soldatini», ha spiegato in passato. Una visione che si accompagna a parole chiave come disciplina, crescita e motivazione. Perché la libertà, nella sua idea di calcio, non coincide con l’improvvisazione: ha bisogno di una struttura condivisa e di calciatori capaci di riconoscere i momenti in cui osare e quelli in cui rispettare gli equilibri.
Nel settore giovanile del Melbourne City aveva potuto lavorare in un contesto nel quale il risultato della singola partita non rappresentava l’unico metro di valutazione. In prima squadra, naturalmente, il quadro cambia: il Cesena deve fare i conti con una classifica, avversari che preparano le partite per vincere e obiettivi che non possono essere rimandati. La sfida di Diamanti è proprio questa: trasferire i principi maturati nel percorso di formazione dentro il calcio professionistico, trovando il punto d’incontro tra identità e concretezza.
Il 4-3-3 è soltanto il punto di partenza
La prima caratteristica riconoscibile del Cesena è l’asimmetria. La squadra parte generalmente da una difesa a quattro, con Pagano riferimento centrale in mezzo al campo, due interni, due esterni offensivi e Shpendi come terminale avanzato. Ma sarebbe riduttivo fermarsi alla disposizione iniziale, perché i due lati del campo non svolgono necessariamente le stesse funzioni e neppure i terzini sono vincolati a compiti identici.
Ciofi, per esempio, può mantenere la posizione sulla corsia destra, accompagnare l’azione oppure stringere verso il centro, fino ad aggiungersi alla prima costruzione. Sul lato opposto, David, Mangraviti e Frabotta hanno interpretato il ruolo con modalità differenti, a seconda dell’avversario e delle esigenze della partita. Contro la Cremonese si sono viste situazioni nelle quali Ciofi si è accentrato accanto a Gelli e Ilić, mentre Mangraviti ha guadagnato campo sulla corsia opposta. In altre occasioni, come contro Entella e Mantova, il terzino destro è rimasto molto più largo.
Non si tratta, dunque, di una trasformazione sistematica in una difesa a tre, ma di un’occupazione degli spazi che cambia in funzione dello sviluppo dell’azione. Il Cesena cerca di creare linee di passaggio differenti, modificando le altezze dei propri interpreti e provando a disorientare le marcature avversarie.
Anche la costruzione dal basso segue questa logica. Il portiere Siano viene coinvolto nella prima circolazione, con l’obiettivo di attirare la pressione e aggiungere un uomo alla manovra. L’uscita corta resta una possibilità, ma non diventa un dogma: quando le condizioni lo richiedono, la squadra può scegliere anche il gioco lungo, cercando di superare il primo pressing e contendere il pallone nella zona successiva. Un’alternanza che impone agli avversari di leggere la situazione, senza poter prevedere un’unica soluzione.
Pagano dirige, Bisoli attacca: un centrocampo in movimento
In mezzo al campo, Pagano rappresenta il riferimento più riconoscibile, ma non è un mediano inchiodato davanti alla difesa. Si abbassa per favorire la prima costruzione, si alza quando si aprono spazi e può occupare anche i mezzi spazi, seguendo le necessità della manovra. La sua funzione è soprattutto quella di dare continuità al possesso, collegando i reparti e contribuendo a trovare l’uomo libero.
Accanto a lui, Bisoli ha mostrato una vocazione più verticale, pur con compiti variabili. A Chiavari ha lavorato più basso, mentre nelle gare successive è tornato ad attaccare zone più avanzate, partecipando maggiormente allo sviluppo offensivo. Sul centrosinistra, Guidi ha invece evidenziato una maggiore continuità nel collegamento tra la prima e la seconda costruzione, offrendo una soluzione per far progredire il pallone e accompagnare l’azione.
Anche in questo reparto, quindi, le posizioni non sono rigide. Il centrocampo si organizza attraverso funzioni complementari: c’è chi garantisce un riferimento per l’uscita, chi cerca di guadagnare campo e chi deve assicurare connessioni tra i diversi settori. Per il Benevento sarà importante capire quando aggredire i portatori di palla e quando, invece, schermare le linee interne, evitando di farsi trascinare fuori posizione dai movimenti dei centrocampisti romagnoli.
Fiori dentro, Druiventak largo: così si muove il tridente
Se in difesa e a centrocampo il Cesena alterna altezze e compiti, davanti le differenze tra gli esterni sono ancora più evidenti. Fiori parte da sinistra, ma tende spesso ad abbandonare la linea laterale per entrare nel mezzo spazio e attaccare l’area. È un movimento che può liberare la corsia per le sovrapposizioni del terzino oppure consentire all’esterno di ricevere in una zona dalla quale puntare direttamente la porta.
Druiventak, nelle prime quattro giornate, ha offerto soprattutto ampiezza e progressione sulla destra, cercando di allungare il campo e creare situazioni favorevoli nell’uno contro uno. D’Andrea, quando è stato utilizzato, ha interpretato la stessa zona con maggiore libertà interna e una propensione più marcata per la rifinitura. Non cambia soltanto l’interprete: cambiano anche le soluzioni che il Cesena può cercare in quella porzione di campo.
Shpendi resta invece il riferimento più stabile del reparto offensivo. Si muove, viene incontro quando serve e partecipa alla manovra, ma la sua missione principale rimane attaccare la linea difensiva e occupare l’area. È il giocatore chiamato a trasformare in occasioni concrete il lavoro degli esterni e degli interni, sfruttando gli spazi creati dai movimenti dei compagni. Per la retroguardia giallorossa, controllarne gli attacchi in profondità e non concedergli libertà tra i centrali sarà uno dei compiti più delicati.
Una squadra ancora in evoluzione, ma con idee riconoscibili
Il Cesena di Diamanti è ancora alla ricerca di una geometria definitiva, ma alcuni principi sono già identificabili: occupazione asimmetrica del campo, variazione delle altezze, partecipazione del portiere alla costruzione, centralità di Pagano come riferimento mobile e Shpendi come principale minaccia offensiva. Il 4-3-3 resta la base, non necessariamente la fotografia di ciò che succede per tutti i novanta minuti.
Per il Benevento, reduce da due vittorie consecutive e deciso a dare continuità ai risultati, la partita del Vigorito richiederà attenzione soprattutto nelle letture preventive. La pressione dovrà essere coordinata per non lasciare linee di passaggio interne, mentre la squadra dovrà essere pronta a riconoscere quando il Cesena sceglierà di costruire corto e quando proverà a saltare il primo blocco. Anche gli inserimenti dei terzini e i movimenti degli esterni offensivi andranno seguiti con particolare cura, per evitare che l’elasticità del sistema romagnolo si trasformi in superiorità numerica nelle zone decisive.
La filosofia di Diamanti si riassume in una convinzione: il calcio non è soltanto una questione di moduli, ma di persone, idee e capacità di interpretare gli spazi. La sua Sana follia dovrà dimostrare di poter convivere con le esigenze di una prima squadra professionistica, dove la creatività ha valore soltanto se riesce a produrre anche risultati. Il Benevento è avvisato: per fermare il Cesena non basterà leggere il 4-3-3 sulla distinta. Bisognerà capire cosa si nasconde dietro quei numeri, seguire i movimenti e togliere tempo e spazio a chi vuole inventare. Perché la vera partita, spesso, comincia proprio dove finisce il disegno sulla lavagna.





