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Rugby

I primi passi, Ascantini, la Serie A: Gino Donatiello, pioniere del rugby a Benevento: ‘Abbiamo vissuto una favola’

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Il 9 maggio del 1965, in un Collana gremito da oltre diecimila persone, sconfiggendo per 14 a 3 la Ignis Roma, la Partenope vinceva il suo primo scudetto nel rugby.  Una rivoluzione: non era mai successo prima che una squadra del Sud si laureasse Campione d’Italia. E neanche sarebbe accaduto dopo, fatta eccezione per il bis biancoceleste nella stagione successiva. E mentre Napoli si tingeva di tricolore, ottanta chilometri più in su un gruppo di ragazzi decideva di fondare una società rugbistica a Benevento. Pionieri senza speranza: nessuno dei due primi tesserati della squadra aveva mai calciato la palla, effettuato un placcaggio, segnato una meta. “Facevamo atletica leggera, la nostra disciplina era il lancio del disco”. Con queste premesse poteva finire solo in due modi: o il fallimento o la favola. Gli Dei della palla ovale optarono per l’esito meno scontato. E ancora oggi, nel raccontare l’ascesa del Benevento Rugby, Gino Donatiello appare incredulo. Dunque, cominciamo: c’era una volta… “Franco Gerardo. La responsabilità del rugby a Benevento è sua”.

Perché?

“Lui il rugby lo conosceva, non ci giocava ma suo fratello sì: nel Petrarca, vincendo pure dei campionati. Noi due, invece, facevamo atletica e spesso, con  il presidente della nostra società, padre Antonio Bevilacqua, eravamo a Napoli, in casa della Partenope che non faceva solo rugby: era una polisportiva. Furono i napoletani a compulsare padre Antonio: “Fai il rugby, fai il rugby…”. Trovarono terreno fertile perchè Franco il fuoco da rugbista ce l’aveva già dentro. E tutto ebbe inizio”.

Restiamo un attimo sulla Partenope, una curiosità: i colori sociali, il bianco e il celeste, sono gli stessi. Coincidenza?

“No, la nostra prima maglia da gioco ci fu regalata dalla Partenope”.

Gli inizi?

“Con il settore giovanile. Tutti ragazzi presi dall’atletica leggera. La prima stagione non giocai neanche una partita perché più grande di un anno rispetto all’età massima consentita. Mi allenavo soltanto, quindi,  iniziando pure ad approfondire la disciplina. Per il mio debutto ho dovuto attendere il primo campionato di Serie C, l’anno successivo. Tempo poche stagioni e ottenemmo la promozione in Serie B”.

Già un risultato importante per una società nata da poca e costituita da ragazzi del posto che il rugby lo avevano imparato direttamente sul campo. Il segreto?

“I primi tempi la Partenope inviava dei suoi atleti per istruirci, insegnarci il gioco. Ma per dare maggiore forza al progetto Rugby Benevento, il Comitato Regionale della Federazione ci inviò Franco Ascantini, Campione d’Italia con la Partenope e professore di educazione fisica. Un padre di questo sport e una figura chiave per tutti noi. Veniva da Napoli due volte a settimana. D’altronde nei programmi era previsto che restasse per tre anni”

E invece?

“E invece conquistammo la Serie B. Nessuno di noi voleva andasse via. Insistemmo per farlo restare. E lui – che era un sognatore come noi – decise di restare. Con sua moglie – insegnante di Lettere – chiesero e ottennero il trasferimento a Benevento. Si era legato tantissimo a noi e poi nelle sue vene scorreva sangue sannita: i suoi genitori erano uno di Fragneto Monforte e l’altro di Cacciano. Stabilitosi in Città, cambiò tutto. Non solo a livello sportivo – con gli allenamenti continui – ma anche su altri versanti. Ascantini era bravo anche a farsi ascoltare dalle istituzioni. Ricordo ancora le sue battaglie decisive per avere un campo dove allenarci”.

Quale era la vostra casa?

“I primi anni il ‘Meomartini’, una casa che ci dividevamo con il Benevento Calcio. Ricordo ancora gli allenamenti nello spiazzale dietro la porta, in attesa che si liberasse il campo per poter entrare. Il primo anno di Serie A, però, lo giocammo al Santa Colomba perché il Meomartini non era idoneo. Soltanto dalla seconda stagione in massima serie potemmo disporre del campo di Pacevecchia”.

1981/82 la stagione magica: il Benevento Rugby promosso in Serie A

“Una gioia incredibile. Dei poveri ragazzi disperati di Benevento erano arrivati in Serie A, a giocare contro il Petrarca, Rovigo, la Benetton, L’Aquila”.

Un sogno?

“Neanche. Un sogno puoi arrivare a immaginarlo. Per noi che avevamo fondato la società da zero, senza mai aver giocato una partita, andare in Serie A era qualcosa di impensabile”.

L’impatto con la categoria?

“Da una parte gli squadroni abituati a fare mercato, a ingaggiare anche stranieri e dall’altra noi, una squadra composta tutta da beneventani, fatta salva qualche rara eccezione. Ma nessuno è mai riuscito ad ‘asfaltarci’, neanche quando il ‘gap’ era davvero enorme e i pronostici lasciavano immaginare sconfitte per cinquanta punti. E questo perché giocavamo un rugby innovativo, moderno, dinamico, veloce: l’unica strada per competere contro squadre che fisicamente erano troppo più forti di noi”.

Le partite più affascinanti?

“Le prime che mi vengono in mente sono quelle con la Benetton Treviso. Come mediano di mischia avevano Alessandro Fusco, figlio di Elio che era stato Campione d’Italia con la Partenope. Il fratello Annibale oggi allena il Benevento. E poi le partite con il Fracasso San Donà, una sorta di derby”.

Perché?

“Beh, innanzitutto perché ad allenarli c’era Franco Ascantini. E poi il nostro sponsor, l’Imeva – il cui sostegno economico fu decisivo per giocare la A – aveva tra i concorrenti proprio Fracasso, entrambe le aziende si occupavano di barriere stradali e sicurezza”.

L’addio di Ascantini pure merita di essere raccontato

“Il prestigio della nostra promozione in A gli valse la chiamata del San Donà, all’epoca una delle grandi del campionato. Prima di lasciarci, però, volle individuare il suo successore”.

E scelse Gino Donatiello

“Gino la squadra l’allenerai tu” – disse. Ma io non volevo. Volevo giocarmi la Serie A. E glielo dissi”.

Come andò a finire?

“Il compromesso fu Gino Donatiello giocatore, capitano e allenatore. Una triplice veste che ho indossato fino al mio ritiro, a quarant’anni”.

Appese le scarpe al chiodo, però, il legame con il rugby non è terminato. Anzi…

“Prima ancora di finire il mio ultimo campionato, nel 1987, mi contattò la Federazione. Il presidente della Fir mi proposte il ‘distacco’. Una norma pensata proprio per gli atleti, in particolare gli olimpionici, per consentire loro di portare avanti l’impegno sportivo senza lasciare il lavoro. E così rimasi professore di educazione fisica ma iniziai a lavorare per la Federazione come responsabile tecnico delle squadre giovanili e docente nei corsi per allenatore. Un impegno che era anche il riconoscimento di un percorso. E non parlo del mio percorso personale ma di quello del Rugby Benevento. La nostra esperienza era diventata un esempio, tutta l’Italia rugbistica era rimasta affascinata. Davvero abbiamo vissuto una favola”.

Anche nelle sue nuove vesti le soddisfazioni non sono mancate

“Un percorso entusiasmante, nel 1988 come assistente di Cucchiarelli – all’epoca allenatore della Nazionale – partecipai a una tournée in Argentina. E finito il distacco, nel 1997, la chiamata come allenatore della prima squadra de L’Aquila. “Accetto con piacere perché sono sempre stato un vostro tifoso” – risposi al presidente. E poi nel 1999 di nuovo la Nazionale, con la partecipazione alla Coppa del Mondo in Gran Bretagna. Sempre da assistente dell’allenatore che era Mascioletti: partecipammo alla Coppa del Mondo”.

L’anno seguente l’Italia partecipò, per la prima volta, al ‘Sei Nazioni’

“Esatto. Ma dopo la Coppa del Mondo passai ad allenare la nazionale Under 19. Il Sei Nazioni l’ho fatto due volte, allenando l’Under 21”.

Lo stato di salute del rugby a Benevento oggi?

“In sofferenza. Ma è una sofferenza che riguarda tutto il rugby del Sud Italia, non è un discorso solo beneventano. Le nostre difficoltà sono le stesse che si vivono a Catania e Messina, per citare altre realtà importanti del Mezzogiorno. Sono venute meno le scuole, le Accademie. Anche a Benevento ne avevamo una, importantissima. Anzi di più: era un fiore all’occhiello del movimento giovanile rugbistico”.

Possiamo dire che i talenti espressi dal rugby beneventano li ha visti tutti: i più forti?

“Ai tempi miei, Luigi De Ioanni, arrivato in Nazionale. Un centro, giocava assieme a Cioffi che era un altro talento, frenato purtroppo da un brutto infortunio. Entrambi furono presi dal Rovigo, in quel momento la squadra più forte in Italia. Poi negli anni il nostro vivaio di rugbisti importanti ne ha sfornati tantissimi. Dovendo indicarne uno dico Carlo Canna, ancora oggi in Nazionale”.

A proposito di Nazionale, la ‘nuova’ Italia sembra promettere bene

“Torniamo al discorso delle Accademie: questo gruppo viene fuori dal lavoro fatto con il settore giovanile. Ma dobbiamo sempre considerare che un ‘gap’ con le altre del ‘Sei Nazioni’ lo sconteremo sempre. Vuoi per la centralità che il rugby ricopre nelle scuole e nella formazione dei ragazzi nei Paesi anglosassoni e anche in Francia, vuoi anche per una questione fisica. Però sì: possiamo contare su un gruppo valido oggi, molto forte tecnicamente”.

Il rugby una palestra di vita: una frase fatta o è veramente così?

“E’ così e noi ne abbiamo preso consapevolezza proprio giocando contro gli inglesi. Si percepiva in campo il rispetto che nutrivano nei confronti di questo sport e di tutti i rugbisti, a partire dagli avversari. Poi una scaramuccia in campo poteva esserci sempre, ma finiva lì. Perché alla fine arrivava il Terzo Tempo e non esistevano più né avversari né arbitri: ci ritrovavamo tutti insieme. Per me, abituato a una cultura calcistica, tutto un altro mondo”.

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