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Calcio

Calcio, famiglia, amicizia e risate: l’inguaribile leggerezza di Giovanni Mariani

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Per l’ultimo viaggio ha indossato il vestito più bello. Quello con lo stemma del suo Benevento. Un emblema che sfoggiava fiero. Colori per i quali si è prodigato orgogliosamente per circa 25 anni, trasmettendo ai più giovani quel senso di appartenenza che si smarrisce troppo facilmente. Ma i suoi trascorsi calcistici risalgono a più di 50 anni orsono, forse addirittura 60. Quando da ragazzetto si faceva valere sui campi polverosi con la prestigiosa maglia della Fiamma Sannita. La sua passione per il pallone, in ciascuna delle molteplici sfumature, è nata in quei tempi, quando si correva dietro ad una sfera nei sobborghi nascosti del mondo. Tra un cortile e una distesa di terra, il piazzale dell’oratorio e la strada. 

La vita di Giovanni Mariani si è ramificata attraverso 4 concetti essenziali: calcio, famiglia, amicizia e risate. Vissuta con quella leggerezza tipica del “puer aeternus” nella sua accezione positiva, che tratteggia come elementi della personalità la carica di energia, la creatività, la gioiosa irresponsabilità, il fascino, l’intelligenza e soprattutto il coraggio di non prendersi troppo sul serio. O l’ardire di distinguersi da chi triste lo è per impostazione, prendendo l’esistenza di petto, senza lasciarsi sopraffare dai problemi, trovando un lato comico e dissacrante anche nelle sventure. Sotto quel baffo, c’era un sorriso stampato per tutti. E anche per se stesso.

Col trascorrere degli anni Giovanni aveva preso ad incarnare la figura del perfetto dirigente, di quelli vecchio stampo: al primo posto gli atleti, i suoi ragazzi, che dovevano essere impeccabili nell’abbigliamento sportivo e coccolati all’ennesima potenza su cibo e bevande, viaggiare e pernottare comodi, trattati come dei pascià fino all’ingresso in campo. Abilissimo nel selezionare i migliori e metterli insieme, con la celeberrima Lia Calcetto ha mietuto successi in Italia e in Europa, vinto autorevoli tornei e portato a casa trofei di una certa levatura. Il principale ingrediente di tante vittorie era il gruppo: coeso, talentuoso, irriverente in campo e fuori. Grazie a Giovanni Mariani un numero imprecisato di giovanissimi atleti beneventani, ha avuto la fortuna di vivere le prime esperienze fuori città, lontano da casa, con trasferte lontane centinaia di chilometri e in alcuni casi anche migliaia, quando si arrivava a competere anche all’estero. Diversi di loro hanno forgiato il proprio carattere e intuito prima di altri come bisogna districarsi nella quotidianità. 

La sua dovizia nella fase organizzativa, il suo modo di essere scrupoloso e attento, la sua maniacale precisione nel disporre ogni cosa in anticipo, occupandosi dei minimi dettagli e non derogando a nessuno quel tipo di attività, lo portavano a incassare scherzi da quegli inguaribili burloni che erano allora, e saranno per sempre, anche adesso che sono più che adulti, i suoi ragazzi. Concedeva anche la marachella di troppo in un clima di assoluta goliardia che faceva da cornice ad avventure che ancora oggi vengono raccontate e tramandate. 

Casa Mariani era aperta h24: accoglieva molta più gente di quanta ne potesse contenere, la tavola sempre imbandita, i valori di fratellanza e condivisione esaltati dal convivio sistematico e da rituali festeggiamenti, per un compleanno o un trionfo sportivo, di preparazione ad un viaggio e per allestire l’ennesima squadra schiacciasassi. Giovanni si trasformava in gran cerimoniere, e con le sue proverbiali barzellette, alcune delle quali ancora oggi scolpite nella mente di chi le ha ascoltate, intratteneva i presenti per ore. 

La perenne disponibilità e l’inclinazione a coltivare relazioni sociali lo rendevano super operativo anche sul lavoro. Chi non si è mai imbattuto in lui nei corridoi dell’Asl o dell’ospedale Rummo? Qualunque cosa dovessi fare, Giovanni ti prendeva in custodia, ti accompagnava dappertutto e ti mollava solo quando era tutto concluso, rendendo stranamente piacevole, con le sue battute spontanee e la compagnia, anche la poco gradevole visita o il soggiorno nel nosocomio cittadino. Non c’era medico che non lo conoscesse, non c’era caposala, infermiere o addetto che non lo salutasse. 

Gli amici prima di tutto, ma la famiglia era il suo universo: per i figli si è sempre fatto in quattro, i suoi occhi si illuminavano quando ne parlava. E poi l’amore per Lia, viscerale e granitico. 

Finissimo caratterista, osservava e studiava pregi e difetti nella voce, nelle movenze e nei modi di fare di chi aveva di fronte, e nel giro di pochi minuti era in grado di imitare chiunque. Tanti presidenti, dirigenti, calciatori diventati poi professionisti hanno avuto modo di stimarlo e apprezzarne le qualità umane e di socialità. E, perché no, di sganasciarsi dalle risate per le sue barzellette. 

Per chi se lo ricorda, ne ha raccontate diverse anche in diretta a SkySport in un programma sui Mondiali che fece tappa nell’estate del 2006 a Benevento, prima dell’ottavo Italia-Australia, sotto il campanile della Chiesa di Santa Sofia. Quella stessa Chiesa in cui oggi è stato travolto dall’affetto dei suoi cari e dei suoi amici, accorsi numerosi per tributargli l’onore di averlo conosciuto. C’erano anche intere generazioni dei suoi ragazzi. Da quelli con i capelli bianchi a quelli con lo stemma del Benevento sul petto. Lo sfoggiavano fieri, come lui gli ha insegnato.

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